Imam arrestati, Kebab che reclutano terroristi, moschee che nascondono non meglio precisati centri culturali islamici hanno riempito le cronache dell’estate, quando le nostre città, abbandonate dai lavoratori in vacanza, sono divenute teatro incontrastato di chi sta tentando di sopraffarle.
Al rientro dal meritato riposo, molti di noi hanno dovuto fare i conti con una realtà sottovalutata dalle amministrazioni locali ed hanno aperto gli occhi sul tentativo di una nuova comunità di avere il sopravvento su quella esistente.
A nulla valgono i deboli tentativi di stemperare la situazione; a nulla vale l’inconsistenza di un relativismo culturale e di una pseudo-laicità che vorrebbero estraniare la religione dai processi culturali e sociali; a nulla valgono le testimonianze dei numerosi islamici “moderati”. I cittadini se ne sono accorti: differenti religioni rispecchiano differenti culture e differenti stili sociali; in una parola: differenti modi di vivere. Per tutti.
Non cerchiamo allarmismi e non vogliamo generalizzare. Vogliamo continuare a pensare di essere gli eredi del popolo che ha inventato il diritto, e soprattutto vogliamo perpetuare i principi di fratellanza e libertà che hanno animato il Risorgimento, sebbene gli stessi siano dimenticati e bistrattati dalla politica attuale. Cerchiamo una via d’uscita che non sia lo scontro diretto “o noi o loro”, consapevoli che questa sarebbe comunque una sconfitta, e perciò guardiamo con interesse a quella parte della comunità islamica che mira all’integrazione, mentre diffidiamo di quelli che “sono venuti qui perché da loro si stava male”, ma che con ogni forza tentano di imporre a noi le usanze da cui loro stessi sono fuggiti.
La prima forma d’incomprensione tra comunità diverse è la lingua. Non riuscire a colloquiare, significa non comunicare, ovvero non trasmettere ne ricevere messaggi. Questa situazione, che sia voluta o semplicemente subita, porta alla chiusura ed all’emarginazione, da cui nascono profonde spaccature sociali ed inevitabili scontri. La maggior parte dei casi d’incomprensione tra la nostra comunità e quella islamica è dovuta alla scarsa trasparenza che quest’ultima adotta nelle nostre città, a partire dalla lingua e dalla scrittura araba anziché “occidentale”.
Può essere che il Kebab che reclutava terroristi fosse un caso isolato, ma come facciamo a saperlo se in questi locali vengono esposte locandine per noi incomprensibili? E come possiamo essere certi di quello che viene detto in una moschea, se a qualsiasi uditore del posto quelle parole non rappresentano altro che inutili emissioni gutturali?
Credo che la comunità islamica che ha accettato di lasciare i luoghi natii per vivere da noi, debba accettare in toto le caratteristiche della comunità che li ha accolti: regole, lingua, scrittura.
Credo anche che la comunità che ospita debba fare in modo che ciò venga rispettato, mettendo a disposizione corsi di lingua e scrittura, ma soprattutto regolandone l’utilizzo.
Credo perciò che una bella proposta di maroniana creatività sia quella di vietare nei luoghi privati aperti al pubblico le insegne, i comunicati, i volantini e più in generale le scritte in arabo, così come in ogni lingua non contemplata tra quelle dei paesi dell’Unione Europea. Le amministrazioni pubbliche, inoltre, non dovrebbero appoggiare “centri culturali” che propongono culture, lingue, scritture differenti, non essendo questo un loro compito, in quanto a loro è demandata la salvaguardia e la promozione del “nostro” territorio e della “nostra” cultura.
Forse non fermeremo il terrorismo, ma sicuramente non ce la faranno più “sotto al naso” e forse impareremo a distinguere gli onesti dai facinorosi. Probabilmente questo ci aiuterà a tirare le somme e a capire se vale la pena o no continuare per la strada intrapresa.
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