Quando questa frase veniva scritta sui muri delle case e dei teatri, non era solo per elogiare il grande compositore italiano, magnifico nella sua arte.
Era il Risorgimento, e gli Italiani sognavano e lottavano per una Patria libera.
Giuseppe Verdi ha certamente espresso più volte, con la sua musica, questi sentimenti; basti pensare al Nabucco, opera sublime e ricca di contenuti patriottici e liberali, non ambientata in Italia solo per evitare, opportunamente, la censura austriaca.
La ragione per cui la frase veniva scritta così frequentemente era il che fatto che essa nasconde un curioso acronimo: Vittorio Emanuele Re D’Italia.
VIVA VERDI significa semplicemente che gli Italiani volevano un unico re (un loro re) per un'unica Patria.
Ora ciò che ci interessa, specialmente dopo le recenti cronache, non è più avere un re, imposto dal destino e del cui operato poco abbiamo a valutare e controllare, ma si rende di nuovo necessaria la ricerca dell’unità e della libertà della Nazione.
Dopo un periodo di buon funzionamento, infatti, la nostra democrazia o, meglio, il nostro apparato repubblicano ha avuto il sopravvento sui cittadini, che si ritrovano inermi ed incapaci di controllare, a qualsiasi livello, le funzioni di governo.
Non solo, ma le stesse persone che formalmente eleggiamo, non sono proposte dagli stessi cittadini/elettori ma il più delle volte sono propinate dalle segreterie di partito, alle quali dovranno rispondere una volta eletti.
In pratica il nostro voto viene utilizzato solamente per scegliere quanti candidati di ogni partito avranno la poltrona, ma non chi è eletto; quest’ultimo viene indicato dal partito stesso che gli dirà per filo e per segno come comportarsi, cosa approvare, cosa proporre.
Al cittadino viene così tolto quel legame d’interdipendenza con l’eletto che gli permette di negare il voto a chi non rispetta gli impegni; negando il voto alle successive elezioni, infatti, si potrà contribuire a ridurre i voti (e quindi i seggi) ad un partito, ma non si impedirà ad un candidato non voluto di essere eletto. Anzi può capitare che riducendo i voti siano gli altri candidati dello stesso partito a non essere eletti, rafforzando di fatto la posizione all’interno del partito di colui che si voleva escludere ed affidandogli quindi un più ampio potere.
Anche perché entrare in un partito non è cosa ne facile ne comune.
Finché c’è da pagare la tessera, tutto bene, tutti sono ben graditi. Già quando c’è da fare propaganda, occorre qualcuno “che sappia cosa DEVE dire”. Al momento delle elezioni i giochi sono sempre decisi e gli iscritti vengono convocati solo per sottoscrivere le liste.
Sono così nate le “caste”, si sono ricostituite le “corti” ed è aumentato il divario tra chi è dentro alle stanze del potere e chi sta fuori.
Qualcuno ha tentato di abbozzare delle “primarie”, ovvero delle elezioni interne al partito per scegliere il candidato leader. In realtà questo è ulteriore fumo negli occhi degli elettori: il candidato leader veniva già indicato dai congressi di partito, mentre quello che più interessa è la composizione della lista. E’ impensabile, infatti, che una persona voglia proporsi per la prima volta come “leader”, mentre sarebbe utile un accesso dal basso, nei ruoli amministrativi locali.
D'altronde il sistema dalle primarie proviene dagli Stati Uniti dove viene utilizzato non tanto per la scelta del candidato, ma per creare attenzione ed interesse intorno alle imminenti elezioni e scongiurare così il sempre alto astensionismo che travolge quella che si ritiene la più grande democrazia del mondo.
Situazione analoga si riscontra in campo economico. Il progresso del secondo dopoguerra, infatti, pur portando un diffuso benessere, ha messo nella mani di pochi la possibilità di accedere ai centri di potere; i recenti fenomeni di globalizzazione hanno completato il lavoro, innalzando le soglie minime d’accesso nelle singole attività: industria, commercio, politica, ecc. In sostanza, se cinquant’anni fa era possibile per un artigiano svolgere il proprio lavoro e ricavarne un giusto guadagno, ora ogni attività individuale viene fagocitata dalle grandi imprese che possono permettersi di imporre prezzi e termini al mercato.
Ne è un palese esempio la difficoltà per un piccolo commerciante che vuole avviare un negozio: subirà dura lotta di prezzi dalla grande distribuzione e dall’importazione selvaggia da paesi ove la mano d’opera, a causa delle impietose condizioni in cui malversano i lavoratori, è a costi ridottissimi.
Anche se attività ben avviate riescono a sostenere questo confronto, diventa sempre più difficile partire da zero; questo fattore coinvolge, ovviamente, i giovani e i meno abbienti ed ostacola ogni forma individuale e liberale di attività riducendo la possibilità degli individui di rendersi economicamente indipendenti.
Questo ha di fatto tolto ogni controllo al cittadino, vincolato economicamente al volere di società multinazionali, controllato culturalmente dalle propagande politiche che scaturiscono dalla spartizione dei mezzi dei comunicazione ed impedito da un sistema burocratico trasversale che per autoalimentarsi fagocita ogni eventuale residuo di reddito imponendo tasse e gabelle su ogni attività, dall’uso dell’auto a quello del televisore, dalla scuola alla sanità, senza dimenticare le necessità fondamentali come nutrirsi, vestirsi, ecc.
Non di un re abbiamo bisogno, ma di renderci conto che esiste un sistema che ben poco ha di democratico ed in cui non solo le minoranze ma anche maggioranze sono di fatto senza potere e perciò completamente escluse ed inascoltate. Un sistema che non è più possibile abbattere con i singoli voti contrari, ne tantomeno con le astensioni o i vaffa…
Occorre saper creare una nuova partecipazione alla vita politica e sociale, cominciando da quei ruoli che sembrano inutili perché danno risultati piccoli, ma proprio per questo sono alla portata di tutti e contribuiscono a far emergere le idee e le persone. Mi riferisco al volontariato, ai comitati di quartiere, alle parrocchie, alle società sportive, alla scuola. Serve partecipare a questi momenti di confronto, mettendosi a disposizione in prima persona e contribuendo con il proprio tempo. E soprattutto serve un frequente ricambio dei ruoli e sincera selezione nei confronti di chi non ha più niente da dare, coscienti del fatto che chi non cresce, non è colui che stiamo cercando.
Sembra banale, ma è solo cominciando a “dire la nostra” che entreremo in sintonia con altri e potremo perciò comunicare con chi vuole una società più giusta e accorta ai problemi.
Anche se a volte serve “pelo sullo stomaco” per fare queste cose semplici; prendete ad esempio i rappresentanti dei genitori nelle scuole: a fatica si trova un genitore (su 50!) disposto a farlo e spesso lo fa senza convinzione, con malavoglia, perché obbligato. In realtà questo è un ruolo importante perché è pericoloso demandare l’educazione, l’istruzione e quindi le opportunità della vita dei nostri figli. Ma spesso anche i genitori che accettano questo ruolo, non si sentono di contrastare l’istituzione scolastica per timore reverenziale, per paura di ritorsione nei confronti del figlio o, peggio ancora, offrono il consenso in cambio di un aiutino…
E’ questa la trappola che ci è stata preparata per impedirci di proseguire ed attuare i nostri intenti e perciò la dobbiamo evitare!
Serve coerenza (e pelo sullo stomaco) ma occorre partecipare, confrontarsi, condividere, scontrarsi se necessario. Serve essere attivi e attenti ad ogni momento della vita sociale e serve rivolgersi ai politici in modo chiaro, affatto riverenziale, senza farsi abbindolare da illusioni, parole ed evasioni di responsabilità. Serve portare la politica fuori dai bar e smettere di vedere i partiti come una squadra da tifare e quindi, per un assioma ormai diffuso, come una fede; serve cioè saper ascoltare in modo obiettivo, non generalizzare, approfondire i temi e raffrontarli sempre alla realtà delle cose.
E serve ammettere di aver sbagliato se si vuole cambiare!
In questo modo possiamo cercare nuove opportunità ed una nuova classe politica, che partendo dai cittadini ne comprenda il linguaggio, le necessità, le abitudini e nuovi cittadini che non stiano alla finestra ad aspettare ma che sappiano scegliere e decidere il loro futuro.
In questo modo possiamo riprendere il controllo delle città e della Nazione, che torneremo finalmente a sentire come la nostra Patria: libera, democratica, civile.
In questo modo possiamo riavere il nostro re, quello che abbiamo sempre voluto per l’Italia: la res pùblica e questo sarà il nostro nuovo Risorgimento.
VIVA VERDI ! VIVA L’ITALIA !
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